La lancia inglese arrivò nel Tigullio con il turismo britannico di fine Ottocento. Era una scialuppa da pilota, costruita per i porti del Solent, leggera e veloce. Le forme che oggi riconosciamo nelle barche del Levante vengono da lì: una traccia di Inghilterra rimasta nel disegno, un secolo dopo che gli inglesi sono andati via.
Quel turismo britannico aveva un nome e una data. Nel 1867 il console del Regno Unito a Genova, Montague Yeats Brown, comprò per settemila lire il vecchio forte di San Giorgio sul promontorio di Portofino. L’aveva visto dal mare, dal ponte del suo Black Tulip. Lo restaurò, ci si sposò, lo abitò per quasi quarant’anni. Oggi lo chiamano Castello Brown, anche se i Brown se ne sono andati da un secolo. Negli anni a seguire Portofino diventa un appuntamento fisso per la buona società britannica: si arriva con lo yacht, si resta una stagione, si compra una villa. Il Tigullio comincia a parlare un po’ di inglese.
Insieme agli yacht arrivano i tender. Le lance: piccole, lunghe, leggere, costruite per andare avanti e indietro tra rada e terra. Servivano a portare a riva l’armatore e gli ospiti, a fare il giro del promontorio in giornata, a tornare a bordo dopo cena. Erano la versione marittima della carrozza scoperta: disegnate per essere viste e per scivolare via senza disturbo.
I maestri d’ascia di Rapallo, Chiavari e Sestri Levante le guardavano. Avevano davanti il gozzo, la barca di sempre del Levante: panciuto, alto sul mare, fatto per la rete e la pesca a strascico, solido e rotondo. Le lance inglesi erano un’altra cosa: la prua dritta, lo specchio di poppa piatto, lo scafo affilato. Una barca pensata per il diporto, non per il lavoro.
I costruttori liguri tennero ciò che il gozzo sapeva fare meglio, cioè reggere il mare corto del Levante, e lo innestarono nel disegno inglese. La poppa piatta restò, perché quando arriveranno i motori entrobordo sarà il posto giusto per metterli. Il legno cambiò: mogano e teak al posto del pino, perché chi pagava voleva la stessa finitura vista sui ponti dei clipper. Cambiò anche la cura della verniciatura, dell’attrezzeria, dei dettagli in ottone. La mano artigiana ligure incontrò la linea inglese, e da lì nasce quella che ancora oggi nei porticcioli del Tigullio chiamiamo lancia.
Negli anni Trenta queste barche giravano regolarmente nel golfo come imbarcazioni da diporto. Negli anni Cinquanta un cantiere di Chiavari le rimetteva in produzione, e a quel punto la linea aveva fatto presa: nessuno la chiamava più, davvero, inglese. Era diventata di qui.
Oggi le riconosci subito, se sai cosa cercare. Lo specchio di poppa piatto. Il bottazzo in corda lungo lo scafo. Il mogano verniciato a specchio sopra il pelo dell’acqua, il teak nel pozzetto. La prua che si alza decisa e poi cala dritta sull’acqua. La barca che hai davanti è italiana. Il disegno, però, arrivava da fuori, e ci ha messo un secolo a sembrare di qui.
A Portofino il Black Tulip di Montague Yeats Brown non c’è più. Il castello porta ancora il suo nome e nel porto, sotto, una certa idea di barca continua a girare. È la stessa linea che oggi disegna le barche Mussini.
